Martedì 12 Settembre 2017 - 15:00

George Saunders: Il dolore di Lincoln, l'inefficienza di Trump

Intervista allo scrittore e saggista americano, a Milano con il suo primo romanzo 'Lincoln nel Bardo'

Una storia dall'aldilà. Anche solo per questo extra-ordinaria. Ma il primo romanzo di George Saunders, 'Lincoln nel Bardo' (Feltrinelli), è molto di più. Lo scrittore e saggista americano, maestro di short stories, ha costruito un unicum nella narrazione contemporanea: un racconto polifonico, costellato da micro descrizioni, affidato alle anime morte che vivono nel Bardo, lo stato intermedio - nella visione buddista - in cui la coscienza è sospesa tra la vita passata e quella futura.

In questo limbo si trova anche Willie, il figlio prediletto del presidente americano Abraham Lincoln, morto di tifo a 11 anni nel 1862. I fantasmi che popolano il Bardo ci restituiscono l'immenso dolore di un padre che deve elaborare la sua perdita privata nel pieno della tragedia collettiva della Guerra Civile. Due registri che si intrecciano e che non lasciano libero Willie di "passare oltre". Succede tutto in una notte fatale, in un frammento della storia statunitense che Saunders - inserito dalla rivista 'Time' fra le cento persone più influenti del mondo - indaga in un labirinto di voci ed emozioni, come quando Lincoln apre la bara del figlio, sistema "le pallide mani da bambola" e lo spirito di Willie lo supplica di accarezzare lui, non il suo corpo "malato".

"A questa forma di romanzo sono arrivato gradualmente", racconta Saunders a LaPresse. "Mi piaceva l'idea dei monologhi e delle tante verità che, sommate, formavano una verità più grande, anche nelle sue contraddizioni. Non esiste un solo mondo, esistono tutti i mondi che vengono costantemente ricreati da ognuno di noi. Ora, i fatti sono un'altra cosa. Questo romanzo negli Stati Uniti è stato pubblicato nel momento dell'elezione di Donald Trump e allora si parlava moltissimo di fake news. C'è però una grandissima differenza tra le bugie contenute in un romanzo, che servono a raccontare una verità piacevole per il lettore, e la bugia politica che è tutt'altra cosa".

Lei ha avuto un'educazione cattolica e poi è diventato buddista. Qual è il suo rapporto con il trascendente?
"Faccio mia la battuta di Woody Allen che dice: 'Non ho paura della morte, ma non voglio esserci quando accadrà'. Credo che in realtà cattolicesimo e buddismo abbiano molte similitudini, soprattutto l'idea che ogni essere umano sia piuttosto limitato nella capacità di pensare e di immaginare. In fondo siamo macchine molto semplici e non siamo in grado di cogliere la totalità delle cose".

Come immagina il passaggio dalla vita alla morte?
"L'unica cosa che so, per averlo letto e studiato, è che qualsiasi cosa o persona siamo stati, dopo la morte diventiamo più grandi. Per i buddisti è così. Quello che occupa la nostra mente da vivi la continuerà a occupare in maniera più importante dopo la morte. Se pensi di andare a Denver andrai a Denver, se pensi di andare all'inferno andrai all'inferno. È una cosa che fa molta paura, ma c'è anche una parte di speranza. Scrivendo questo libro ho fatto finta di avere tutte le risposte, ma in realtà non è così".

Avrebbe parlato di Abraham Lincoln anche senza lo strazio per la morte di suo figlio? Era un personaggio interessante per lei dal punto di vista letterario?
"No, non lo avrei fatto. Della morte di Willie sono venuto a conoscenza vent'anni fa e per moltissimo tempo ho resistito alla tentazione di scriverne. Lincoln per noi è come Gesù, su di lui sono stati pubblicati più di trentamila libri; in più è circondato da un'aura di solennità che non mi attirava dal punto di vista letterario. Ma poi ho capito che io non stavo scrivendo un libro sul presidente Lincoln, ma su un momento molto particolare, che dura solo alcuni minuti e cioè quando torna nella cripta dal figlio morto. Il mio obiettivo era dunque sempre più specifico e privato".

A differenza di Lincoln, Donald Trump non rappresenta affatto lo spirito americano, almeno come lo intendevano i padri fondatori.
"In realtà molte persone pensano che Trump incarni il sogno americano, una cosa mi rendo conto difficile da capire. Penso che qualsiasi leader, come successo in Italia con Silvio Berlusconi, esca da un impulso del Paese e Trump è nato da una sorta di nostalgia della razza che c'è negli Stati Uniti. Molti bianchi pensano che a loro sia stato sottratto qualcosa. Per quanto riguarda la vita pubblica, non credo sia cambiata tantissimo dalla sua elezione. Le persone continuano a interagire in maniera cordiale mentre è sui social media che si scatena un'aggressività impressionante. Noi abbiamo fondato questo Paese basandoci sul semplice principio di uguaglianza. Adesso è arrivato il momento in cui dobbiamo decidere se questa idea la condividiamo davvero; se così è, dobbiamo smettere di parlare del colore della pelle delle persone e concepire l'immigrazione in modo completamente diverso. In fondo solo il 24% degli americani ha votato per Trump, il 50% non ha votato affatto ma comunque, per il nostro sistema elettorale, ce lo ritroviamo presidente".

Pensando alla crisi con la Corea del Nord, crede che Trump con le sue decisioni possa davvero cambiare in maniera drammatica lo scenario internazionale?
"È una domanda che spaventa tutti e a cui è difficile rispondere. In realtà Trump è completamente inefficiente, non ha nessuna idea di come funzioni davvero il governo statunitense. Molte persone però adesso gli si stanno rivoltando contro perché agli americani piace molto il dinamismo e la concretezza, lui invece si inventa un sacco di cose. Io non ero pienamente consapevole della quantità di poteri che, come presidente, Trump possiede dal punto di vista esecutivo: sta facendo molti cambiamenti nell'ambito dell'immigrazione e dell'ambiente in modo informale, di soppiatto. Questo nonostante il buon lavoro dei giudici e del Congresso. Nel frattempo prendono forza movimenti giovanili ma anche gruppi neonazisti. È onesto ammettere che in questo momento negli Stati Uniti siamo estremamente confusi".

Scritto da 
  • Raffaella Caprinali
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