Venerdì 20 Luglio 2018 - 10:30

I giudici di Palermo: "Trattativa Stato-mafia accelerò la morte di Borsellino"

"Provata l'esistenza di un accordo preelettorale tra Cosa nostra e Dell'Utri"

Il dialogo aperto tra uomini delle istituzioni con Cosa nostra accelerò il piano di eliminazione di Paolo Borsellino. Lo sostiene la corte d'Assise di Palermo nelle motivazioni della sentenza sulla Trattativa tra Stato e mafia. Il provvedimento, lungo 5.252 pagine, è stato depositato nel giorno del 26esimo anniversario della strage di via d'Amelio. Borsellino, contrario alla trattativa, fu ammazzato il 19 luglio 1992. I giudici smontano la tesi della difesa che attribuiva l'accelerazione dei tempi della strage alla possibilità di una nomina di Borsellino a Procuratore nazionale antimafia e all'indagine mafia-appalti su cui il giudice stava lavorando prima di morire.

Dito puntato sugli uomini dell'Arma. "E' ferma la convinzione della Corte che senza l'improvvida iniziativa dei carabinieri", si legge nelle motivazioni della sentenza, "la spinta stragista meramente e chiaramente di carattere vendicativo riconducibile alla volontà prevaricatrice di Riina, si sarebbe inevitabilmente esaurita con l'arresto di quest'ultimo nel gennaio 1993". Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, si legge nelle motivazioni, "nelle loro rispettiva qualità di comandante del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, vice comandante operativo e di ufficiale addetto al Ros", agirono "agevolando lo sviluppo della Trattativa Stato-mafia, e quindi rafforzando il proposito criminoso di Cosa nostra di rinnovare la minaccia di prosecuzione della strategia stragista".

Quanto ai rapporti tra politica e mafia, "è rimasta sicuramente provata la sussistenza di un accordo preelettorale tra Cosa nostra nelle persone di Bagarella e Brusca (oltre che, separatamente, sino al gennaio 1994, nelle persone dei fratelli Graviano) e Marcello Dell'Utri in rappresentanza del nuovo partito politico Forza Italia e, più specificamente, di Silvio Berlusconi, che di tale nuovo partito era il dominus assoluto", scrive la Corte. "O, quanto meno - precisa -, se non un accordo preelettorale vero e proprio, la promessa preelettorale da parte di Marcello Dell'Utri, nella predetta qualità di intermediario di Silvio Berlusconi, che, in caso di successo nelle imminenti elezioni politiche e di incarico di governo affidato a Silvio Berlusconi, sarebbero stati adottati alcuni provvedimenti certamente in linea con le attese dei mafiosi". Una su tutte, l'abolizione dell'ergastolo.

Un'istruttoria dibattimentale di eccezionale complessità, quella del processo sulla Trattativa Stato-Mafia: 228 udienze, 1250 ore di dibattimento, oltre 190 persone esaminate tra cui alcuni rappresentanti dei massimi vertici delle istituzioni. Faldoni su faldoni, cartecei e informatici. Il 20 aprile scorso nell'aula bunker del carcere Pagiarelli di Palermo erano state emesse nove sentenze: l'ex senatore Marcello Dell'Utri, il medico di Toto Riina, Antonino Cinà, e gli ex carabinieri del Ros Mori e Subranni erano stati condannati a 12 anni, mentre Massimo Ciancimino a 8 anni per calunnia nei confronti dell'ex capo della Polizia Gianni de Gennaro. Assolto dall'accusa di falsa testimonianza perché "il fatto non sussiste" l'ex ministro democristiano Nicola Mancino. Prescritte le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca.

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