Venerdì 17 Febbraio 2017 - 22:00

Il ritorno di Safran Foer: Eccomi, tra crisi di coppia e terremoti

Lo scrittore americano fa tappa a Milano con il suo ultimo romanzo

Il ritorno di Safran Foer: Eccomi, tra crisi di coppia e terremoti

Si deve fare molta attenzione alle crepe quando si legge l'ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer, "Eccomi" (Guanda). Sono crepe e poi voragini che si aprono in una famiglia ebrea di Washington: Jacob e Julia Bloch, tre figli, un vecchio cane incontinente e molte regole kosher da rispettare. Le scosse innescate dalla crisi di coppia arrivano - simbolicamente - fino in Israele, dove ci sono le loro radici, scatenando un violentissimo terremoto.

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Un tremendo effetto domino che lo scrittore americano, 40 anni, tra i più influenti della sua generazione, utilizza per confrontarsi con il significato di alcune parole fondanti: identità, scelta, casa. "Non ho idea di quale sia il senso recondito di quello che ho scritto, so però che durante i tre anni in cui ho lavorato a questo romanzo ho lottato con la domanda su cosa volesse dire sentirsi a casa. E la riposta è stata: stare dentro questo libro", ci racconta Foer che a Milano è stato ospite della seconda anteprima di "Tempo di Libri". "Anche non avere scelta è una scelta. Il matrimonio è il contrario del suicidio, ma è l'unico atto di volontà che abbia la stessa definitività", scrive l'autore di "Ogni cosa è illuminata": "Molte persone decidono di non darsi un'alternativa, restano sposati perché non credono che il divorzio sia un'opzione. Spesso però si arriva a una resa dei conti, come succede a Jacob.

Come tutti noi è un uomo con molte identità difficili da gestire, per un po' ci riesce, ma la separazione lo costringe a darsi delle priorità per poter finalmente dire: Here I am, eccomi, io sono questo". Ebreo americano, "credente a tratti", Safran Foer nel romanzo si interroga sull'istinto di sopravvivenza, "tema centrale e imperativo" anche dell'esistenza ebraica: "Se Israele non può avere due Stati, non può averne nemmeno uno. Per motivi demografici, non potrebbe esserci uno Stato ebraico. Ci sono due opzioni: o uno Stato con l’apartheid o uno Stato non ebraico. Ma entrambe le ipotesi non corrispondono al concetto per cui è stato fondato lo Stato di Israele.

Quindi sarebbe un suicidio", spiega, commentando la posizione di Donald Trump sulla crisi in Medioriente. Foer non si aspettava l'elezione del magnate newyorkese a presidente degli Stati Uniti, ma ora prova a spiegare le ragioni della sua vittoria. "E’ stato un candidato molto più valido e carismatico di Hillary Clinton, lei però è un essere umano molto migliore e ha vinto nel voto popolare; bisogna dunque distinguere tra chi guida il Paese e la volontà del popolo. Negli Stati Uniti non si eleggono le idee, ma le personalità. Otto anni fa abbiamo votato per Barack Obama, era inesperto e poco conosciuto, ma così carismatico da spingere la gente a seguirlo. Obama impersonava la speranza degli americani, Trump oggi è invece la rappresentazione della loro rabbia". 

Scritto da 
  • Raffaella Caprinali
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