Giovedì 11 Maggio 2017 - 19:00

Irwin: Il protezionismo di Trump? Una promessa rischiosa

L'economista del rinomato Dartmouth College analizza con LaPresse le misure commerciali che il presidente Usa vuole adottare

 Irwin: Il protezionismo di Trump? Una promessa rischiosa

di Stefano Fantino

Il presidente americano Donald Trump ha iniziato il suo mandato giurando che una politica economica "nazionalista", a favore del Paese, avrebbe caratterizzato la sua presidenza. Dalla decisione di ritirarsi dal trattato di Partenariato pacifico (il TTP) alla volontà di rinegoziare l'accordo Nordamericano per il libero scambio (Nafta), il repubblicano ha, di fatto, proposto misure di chiusura verso gli altri Paesi, per rimanere fedele allo slogan 'Make America Great Again'. LaPresse ha provato a capire se le misure economiche nel settore del commercio siano un esempio di vecchio 'protezionismo' e quanto queste stesse possano realmente essere utili al rilancio degli Usa. Ad aiutarci Douglas A. Irwin, economista del rinomato Dartmouth College (una delle prestigiose università della Ivy League, che conta tra le sue fila anche Yale e Princeton), autore di saggi per la celebre rivista Foreign Affairs e del libro, in uscita negli Usa, 'Clashing over Commerce: A History of U.S. Trade Policy'.

Il quadro che ne esce è quello di un protezionismo non particolarmente efficace nel tutelare le aziende americane ma che, anzi, potrebbe provocare ritorsioni e cambiare lo scenario commerciale globale.

 Il presidente Trump ha ritirato gli Stati Uniti dal TTP e ha annunciato di voler rinegoziare il NAFTA, spingendosi addirittura a imporre imposte speciali alle compagnie statunitensi che spostano le proprie fabbriche all'estero. Come vede queste decisioni? Ritiene siano utili?
 

Queste decisioni, prese dopo l'incarico, derivano dalla posizione sul commercio che aveva palesato chiaramente durante la campagna elettorale. Non sono utili per migliorare le prospettive economiche statunitensi, anzi rischiano di provocare un 'effetto boomerang' da parte di altri Paesi. Infatti questa misura può portare a risposte analoghe dall'estero: se gli Stati Uniti si allontanano dalle attuali norme commerciali, i Paesi che ne subiranno le conseguenze si sentiranno liberi di discriminare a loro volta gli Stati Uniti, il che significa un grave danno non solo per l'economia globale ma anche per quegli americani che Trump sostiene di rappresentare.

Quindi queste misure protezionistiche possono portare a simili azioni all'estero, quasi come una sorta di rappresaglia? C'è un precedente storico e cosa possiamo imparare da questo?C'è un ampio precedente storico per rappresaglie di questo tipo, ad esempio quanto è successo dopo che gli Stati Uniti hanno imposto la tariffa Smoot-Hawley (una tassazione che colpì, all'epoca, più 20mila prodotti) nel 1930. Così ora altri paesi, tra cui il Messico, si 'vendicherebbero' contro i beni americani, quelli agricoli in particolare, se gli Stati Uniti decidessero di influenzare negativamente i loro interessi di esportazione. Possiamo dire che il protezionismo non è un gioco a senso unico. In passato, ogni volta che gli Stati Uniti avevano imposto dazi sulle importazioni dalla Cina, le autorità di controllo di Pechino avevano improvvisamente trovato che il pollame o la carne di maiale americani erano contaminati e dovevano essere banditi, le sue compagnie aeree avevano iniziato ad acquistare Airbus invece di Boeing. Allo stesso modo aziende alimentari acquisterebbero soia argentina e frumento australiano piuttosto che gli equivalenti americani.

Irwin: Il protezionismo di Trump? Una promessa rischiosa

Durante la sua campagna elettorale Trump ha parlato di queste misure come l'unico modo per difendere i lavoratori americani. Sono realmente utili in questo? Quindi è il commercio estero il colpevole della perdita dei posti di lavoro americani?

No, in gran parte, il commercio estero non è la causa per la perdita di posti di lavoro americani. Le importazioni distruggono i lavori in alcuni settori dell'economia, ma contribuiscono anche a creare posti di lavoro, così come le esportazioni. Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è inoltre abbastanza basso al momento. Possiamo dire che questa, 'sbagliata', volontà di colpevolizzare gli scambi commerciali per queste difficoltà è dovuta al fatto che rende assai facile proporre il protezionismo come una soluzione rapida.

Anche negli anni '80 si decise di agire così: quando Reagan prese misure protezionistiche, le sue 'restrizioni' funzionarono o no?

Il problema negli anni '80 è stato il 'dollaro forte' sui mercati, una situazione che ha falsato le esportazioni americane e ha esposto molte industrie a una concorrenza intensificata. Il protezionismo non ha fatto nulla per aiutare gli esportatori e poco per aiutare le imprese a competere contro le importazioni: un momento di 'sollievo' è arrivato solo quando il dollaro ha cominciato a scendere dopo il 1985. Inoltre, in una relazione del 1982, la Commissione commerciale internazionale degli Stati Uniti ha scoperto che la maggior parte delle industrie che ricevevano benefici apparenti dalle misure, sono andate incontro a declini a lungo termine, tali che le restrizioni all'importazione non potrebbero invertire.

Irwin: Il protezionismo di Trump? Una promessa rischiosa

Ai nostri giorni le imprese attive nel commercio internazionale sono parte di catene globali complesse, un aspetto che potrebbe rendere queste misure protezionistiche più dure da digerire rispetto agli anni '80?
 
Le restrizioni commerciali ora sarebbero più pesanti perché un sacco di scambi avviene per ottenere 'beni intermedi' e vi è molta interdipendenza: circa la metà di tutte le importazioni statunitensi sono costituite da questo tipo di beni, per cui molte aziende americane dipendono da queste merci nel loro processo produttivo o vendono i loro prodotti 'intermedi' ad altre aziende di tutto il mondo che li usano come materiale di inizio della loro produzione.

Quale sarebbe l'impatto della vita quotidiana dei consumatori?

Anche se una particolare misura commerciale riuscisse a proteggere i posti di lavoro in un settore specifico, questo costerebbe molto per i consumatori. L'amministrazione Obama, ad esempio, áha imposto misure speciali sugli pneumatici importati dalla Cina nel 2009. Il risultato? La misura ha permesso di salvare al massimo 1.200 posti di lavoro, a un costo per i consumatori, sotto forma di prezzi più elevati di pneumatici, di 900 dollari a testa.

La cosiddetta 'border tax' che il Congresso sta considerando potrebbe essere invece una scelta ragionevole? Come funzionerebbe e sarebbe protezionistica?

​Il Congresso sta prendendo in considerazione le riforme fiscali delle società che avrebbero comportato una 'border adjustment tax', una tassa che sarebbe applicabile a tutte le importazioni negli Stati Uniti, ma non alle esportazioni. Se ciò fosse attuato in modo equo, tale misura non sarebbe mero protezionismo. La legislazione proposta cambierebbe il modo in cui le imprese sono tassate. Questa tassa, invece di essere basata, su luogo in cui si producono le merci, sarebbe un'imposta sarebbe applicata in base al luogo in cui le merci finiscono. Ma ritengo, tuttavia, che le possibilità che la border tax sia parte del pacchetto finale sia minima.

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  • Stefano Fantino
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