Venerdì 21 Aprile 2017 - 16:15

Esce la prima graphic novel sul re dei narcos: Così ho fatto diventare Escobar un fumetto

Intervista a Guido Piccoli, giornalista e sceneggiatore esperto di Colombia, autore del libro insieme a Giuseppe Palumbo

La copertina di 'Escobar - El Patrón' di Guido Piccoli e Giuseppe Palumbo

Il fumetto mancava. L'incredibile storia di Pablo Escobar, il più famoso bandito del mondo, è stata raccontata in libri, film e serie tv. Ora, esce la prima graphic novel: 'Escobar - El Patrón' edita da Astorina/Mondadori, che colma un vuoto nella ormai sterminata letteratura sul 're dei narcos' morto 23 anni fa. Il libro di 136 pagine è il meticoloso lavoro di Guido Piccoli, giornalista e sceneggiatore, uno dei massimi esperti italiani di Colombia, e Giuseppe Palumbo, celebre disegnatore di Diabolik e Martin Mystére. E racconta, in modo fedele, il tragico epilogo della vita romanzesca di Don Pablo. LaPresse ha intervistato Piccoli.

Come è nato il vostro progetto editoriale e perché una graphic novel su Escobar? 
Pur immaginato da molti anni, il libro è stato concepito più di due anni fa quando io e Giuseppe conoscemmo una editor della francese Dargaud, una delle maggiori editrici di graphic novel in Francia. L'idea nacque dalla mia conoscenza di Escobar e del narcotraffico e dall'avervi scritto un paio di libri ('Pablo e gli altri' e 'Colombia, il paese dell'eccesso') e uno sceneggiato radiofonico, 'Don Pablo', per la radio svizzera italiana. Una graphic-novel? Perché no? Visto che su Escobar si era fatto di tutto ma non una storia a fumetti.

Chi era Pablo Escobar?
Credo che, a più di ventitré anni dalla sua morte, sia non solo il bandito più famoso del mondo, ma anche il personaggio più straordinario di questa epoca nel senso che comprende l'aspetto criminale, brutale, cinico (ha capeggiato un esercito di sicari responsabili di migliaia d'omicidi, molti dei quali 'eccellenti', e di attentati terrificanti) e un altro umano, essendo stato soprattutto un padre e un figlio eccezionale, tanto da immolarsi per salvare i suoi cari. Don Pablo era anche il capo del cartello di Medellín che, prima di tutte le altre mafie, fece della cocaina un enorme commercio internazionale, diventando il nemico numero uno del governo Usa e delle sue polizie, dalla Cia all'Fbi e Dea. Per molti disperati colombiani è ancora considerato un mecenate (avendo regalato case, scuole e campi di pallone ai più miserabili) e un geniale affarista perché da figlio di umili lavoratori entrò nell'Olimpo dei dieci uomini più ricchi del pianeta, secondo le riviste 'Forbes' e Fortune.  

Ha vissuto in Colombia negli anni della guerra dei narcos, qual era e qual è l'immagine di Escobar in Colombia?
Un mostro per il potere, la stampa e la gente 'perbene'; un benefattore per i miserabili della sua città, ma non solo. E ora l'immagine non è cambiata nemmeno dopo i vari sceneggiati tv che l'hanno ricordato.

Come spiega questo ritorno di interesse per Escobar e come si ricollega il vostro lavoro a Narcos di Netflix?
L'interesse nasce appunto dall'eccezionalità del personaggio. E' una pura coincidenza, ad esempio, che la nostra graphic novel esca dopo il successo di due serie di Narcos. Quando la proponemmo due anni e mezzo fa a Dargaud non sapevamo nemmeno dell'esistenza di Netflix. Adesso speriamo di godere di questa coincidenza perché sono decuplicati o, forse più, i conoscitori di Escobar.

Su quali aspetti si è focalizzato nella scrittura della sceneggiatura?
La vita di Escobar, così avventurosa e densa, potrebbe essere un soggetto per un libro a fumetti e non solo di 1000-2000 pagine, altroché 136 come il nostro lavoro. Quindi, ho dovuto scegliere e ho scelto di raccontare gli ultimi due anni della sua vita, da quando entrò nella 'sua' prigione, la Catedral fino alla sua morte. E' un libro onesto, veritiero, che si basa su fatti incontestabili, sebbene a qualcuno possa sembrare di 'parte'. In Francia, dove ha avuto un'accoglienza molto positiva un commentatore ha parlato di 'sindrome di Stoccolma' verso il criminale. Niente di più sbagliato. Credo di aver raccontato Escobar per quello che è stato.

Com'è stato il rapporto con Giuseppe Palumbo?
Un grande rapporto perché Palumbo è il più giovane dei 'grandi vecchi' del fumetto, ancora vivi e in attività. L'ho conosciuto a metà degli anni '80, quando ero direttore della Fiera del Fumetto di Napoli. Gli proposi questa idea 6-7 anni fa e solo ora l'abbiamo concretizzata. Il nostro legame è cresciuto nel lavoro e abbiamo altri progetti insieme.

Perché avete pubblicato prima in Francia?
Ragione semplice. In Francia i libri a fumetti hanno un grande mercato e le case editrici possono ricompensare adeguatamente gli autori cosa che purtroppo non succede in Italia.

Scritto da 
  • Mauro Ravarino
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