Giovedì 07 Giugno 2018 - 13:30

Star Wars e il caso Kelly Marie Tran, perché i "fan" sono i più grandi nemici della saga

Sull'attrice di origini asiatiche che interpreta Rose Tico sono piovuti insulti razziali e misogini per sei mesi

Londra, premiere del film Star Wars: The Last Jedi

È stata insultata in ogni modo e in ogni dove sul web. Per il suo aspetto fisico ("Sei proprio brutta...."), per il personaggio che interpreta ("Mi fai schifo, sei inutile!"), perché è di origini asiatiche ("A cosa serve una cinese in Star Wars?"). Alla fine, Kelly Marie Tran, esausta, ha deciso di cancellare ogni singolo post mai pubblicato su Instagram e smettere così di leggere quelle cattiverie.

Ventinove anni, statunitense nata a San Diego da una coppia di rifugiati vietnamiti, per anni ha tentato di fare l'attrice senza riuscire ad andare al di là di qualche piccolo ruolo in cortometraggi e serie tv. Poi, all'improvviso, è stata scritturata per interpretare Rose Tico nell'ottavo episodio della saga "sci-fi" più di successo nella storia del cinema e si è ritrovata circondata da grandi star, fotografi e giornalisti. Nei giorni della promozione di Gli ultimi jedi le sue lacrime di gioia hanno fatto il giro del mondo. È facile pensare cosa abbia provato questa ragazza con un grande sogno mentre attraversava il red carpet più atteso dell'anno: "Finalmente ce l'ho fatta".

Non immaginava, forse, che il più inizia dopo, quando il film arriva nelle sale e il pubblico lo vede e lo giudica. E il pubblico di Star Wars è severo, attento fino all'esasperazione e a volte cattivo. In molti non hanno apprezzato l'introduzione del suo personaggio nella saga e quello che alcuni spettatori hanno fatto è stato identificare Kelly Marie Tran con Rose Tico e insultarla come fosse lei la colpevole di un trangolo amoroso sgradito e della scrittura di un personaggio non abbastanza carismatico. Per sei mesi la ragazza, che utilizzava Instagram soprattutto per condividere la sua gioia e motivare gli altri a inseguire i propri sogni, ha dovuto sopportare commenti razzisti e misogini. E per qualcuno che fino a poco prima non era mai stata sotto i riflettori deve essere stato ancora più difficile da affrontare. Dietro a una tastiera, con la forza del gruppo, centinaia di utenti hanno tentato di far dubitare Kelly Marie Tran di se stessa. "Sono abbastanza carina per il cinema?", "Sono abbastanza brava?", "Ho rovinato una saga amata da 40 anni dal pubblico?".

La stessa situazione era toccata a Daisy Ridley nel 2015 quando, da perfetta sconosciuta, era diventata protagonista della terza trilogia di Star Wars. Anche lei a molti non era piaciuta: troppo magra, non abbastanza bella, non abbastanza glamour, non abbastanza brava. Dopo alcuni mesi, chiuse il suo profilo Instagram. Chissà che non sia stata proprio lei - che aveva abbracciato Kelly Marie Tran quando era scoppiata a piangere di gioia sul tappeto rosso - ad asciugare le lacrime di rabbia e sconforto della collega.

Star Wars è nato nel 1977 e in questi 41 anni ha conquistato generazioni di fan, arrivando a vantare un bacino di spettatori di tutte le età, come forse nessun altra saga nella storia del cinema. Eppure chi invade i profili di attori e attrici per insultarli, non può essere definito fan perché a quei film che dice di supportare fa soltanto male, almeno in tre modi

1.  I social network. Rispetto ai decenni scorsi, gli appassionati di oggi hanno la possibilità di interagire direttamente con gli interpreti e gli autori dei propri film preferiti. A volte capita che rispondano a qualche curiosità sulle riprese o che condividano chicce e retroscena. Sui social network, le star si espongono mostrando pezzetti delle proprie vite. Si aprono al giudizio degli altri, ma non agli insulti. Gli insulti non solo sono lontani da qualsiasi codice del vivere civile ma si rivelano anche controproducenti per gli appassionati: una comunità di "fan" prepotenti e maleducati non può che portare a un distacco in massa delle star. Dopo mesi di riprese, spesso tecnici e membri del cast si sentono parte di una famiglia e si difendono a vicenda: attaccare un attore, spesso vuol dire attaccare (e allontanarli) tutti. Un esempio è l'ultimo messaggio su Instagram di Mark Hamill. "Cosa c'è da non amare?", si chiede lo storico interprete di Luke Skywalker pubblicando una foto in cui abbraccia Kelly Marie Tran e poi si spende in un consiglio: "Nerd, fatevi una vita".

 

2. La critica costruttiva. Gli insulti distolgono dalla critica e la critica costruttiva è un mezzo importante nelle mani del pubblico. Se qualcosa non piace, disturba, è lontana dalla prorpia visione e sensibilità oggi è possibile dirlo e farlo arrivare direttamente agli autori di un film. E chi lavora per un grande nome è molto più attento al pubblico di ciò che potrebbe sembrare. Un caso esemplare è quello della serie tv Sense 8, rinnovata da Netlifx per un episodio finale dopo la mobilitazione dei fan. La critica, però, è sempre civile e non può convivere con attacchi personali nei confronti di un interprete (come accaduto per Daisy Ridley e Kelly Marie Tran). Gli insulti non sono solo incivili, ma anche e soprattutto inutili. Lo ha chiarito molto bene Rian Johnson, regista di Gli Ultimi Jedi che su Twitter ha scritto: "Sui social media, poche persone nocive possono far scendere una grande ombra su tutti, ma negli ultimi quattro anni ho incontrato molti veri fan di Star Wars. Abbiamo parlato di ciò che ci piace e di ciò che non ci piace ma lo abbiamo fatto con umorismo, amore e rispetto".

 

3. La forza delle diversità. Da quando la Disney ha preso le redini di Star Wars, ha integrato la saga con una sua idea ben precisa, visibile in tutti i film della major: la forza di far convivere tanti modelli diversi di uomini e donne. Non c'è alcuna forma di razzismo nei film Disney, nessuna ombra di maschilismo. Rey, in Il risveglio della Forza, è interpretata da una ragazza, ma il suo personaggio - se fosse stato affidato a un interprete maschile - non sarebbe cambiato di una virgola. Finn è uno stormtrooper ribelle, portato sullo schermo da un attore nero: in molti si sono lamentati del fatto che questa scelta non venga spiegata, non capendo che non c'è nulla da spiegare. La parte poteva essere affidata a un bianco, ma evidentemente John Boyega era un attore più capace e questo deve bastare. Nell'universo di Star Wars non c'è differenza tra afroamericani, vietnamiti, britannici, messicani o kenioti. Come non c'è differenza tra uomini e donne. E questo dovrebbe essere lodato, perché è un inno alla diversità, e non boicottato soltanto perché non ci siamo abituati.

 

Scritto da 
  • Corinna Spirito
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