Venerdì 28 Luglio 2017 - 10:00

Pil 2017: +1,4 al Nord, +1,1 al Sud ma livelli di povertà altissimi

Le anticipazioni del rapporto Svimez sulle Regioni presentate venerdì a Roma

"In base alle previsioni della Svimez, quest'anno il Pil dovrebbe aumentare dell'1,1% al Sud e dell'1,4 % nel Centro-Nord. Nel 2018 la Svimez prevede un aumento del prodotto dello 0,9% nel Mezzogiorno e dell'1,2% al Centro Nord. Il principale driver della crescita meridionale nel 2017 dovrebbe nuovamente essere la domanda interna: i consumi totali crescerebbero dell'1,2% (quelli delle famiglie dell'1,4%) e gli investimenti al Sud del +2%. Si prevede anche una crescita per l'occupazione. (+0,6%)". E' quanto si legge nelle anticipazioni del rapporto Svimez sulle Regioni presentato oggi a Roma. 

"La Banca d'Italia ci dice che l'Italia recupererà i livelli pre crisi nel 2019: ammettendo che il Mezzogiorno prosegua coi ritmi di crescita attuali, secondo le nostre previsioni recupererà i suoi livelli pre crisi soltanto nel 2028, dieci anni dopo. Si configurerebbe così un ventennio di 'crescita zero', che farebbe seguito alla stagnazione dei primi anni Duemila, con conseguenze nefaste sul piano economico, sociale e demografico". Un biennio positivo come il 2015-2016, si osserva, "non è sicuramente sufficiente a disancorare il Sud da una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività e bassa competitività, creando sostanzialmente ridotta accumulazione e minore benessere in queste aree. Soprattutto, proseguire a questi ritmi di crescita, che oggi destano sollievo, non appare in realtà una prospettiva rasserenante". 

"L'elemento maggiormente positivo del 2016 è senza dubbio la ripartenza del settore industriale meridionale: del resto, pensare di affidare la ripresa di un processo di sviluppo del Sud, come avvenuto nel 2015, all'agricoltura e al turismo - che pure presentano nell'area, specialmente in una 'logica industriale', ancora ampie potenzialità inespresse - è alquanto illusorio". "L'industria manifatturiera del Mezzogiorno -si aggiunge - nel biennio è cresciuta cumulativamente al Sud di oltre il 7%, con una dinamica più che doppia di quella registrata nel resto del Paese (3%). Insomma, l'industria meridionale rimasta dopo la crisi sembra essere in condizioni di ricollegarsi alla ripresa nazionale e internazionale, come dimostra anche l'andamento delle esportazioni, sebbene rimanga il rischio che, per le sue dimensioni ormai ridotte (il peso del settore sul prodotto dell'area passa dal 10,5% del 2001 all'8% del 2016), se non adeguatamente accompagnata dalle politiche, non riesca a sostenere in maniera durevole la ripartenza dell'intera economia meridionale". 

"Se l'andamento del biennio di ripresa 2015-2016 suggerisce che la crisi non abbia minato la capacità delle regioni meridionali di rimanere agganciate allo sviluppo del resto del Paese e dell'Europa, tuttavia, il ritmo della congiuntura appare del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell'area, che restano allarmanti". 

"L'occupazione è ripartita, con ritmi anche superiori al resto del Paese, ma mentre il Centro-Nord ha già superato i livelli pre crisi, il Mezzogiorno, che pure torna sopra la soglia simbolica dei 6 milioni di occupati, resta di circa 380mila sotto il livello del 2008, con un tasso di occupazione che è il peggiore d'Europa (di quasi 35 punti percentuali inferiore alla media Ue a 28)". Nella media del 2016, gli occupati aumentano al Sud di 101mila unità, pari al +1,7%, mentre al Centro-Nord si registra una crescita di 192mila unità, pari al +1,2%. "L'aumento dei dipendenti a tempo indeterminato - si sottolinea - è in termini relativi più accentuato nelle regioni del Mezzogiorno, segno che il Sud ha beneficiato del prolungamento della decontribuzione sulle assunzioni a tutele crescenti, ridotta sensibilmente nel resto del Paese.

Gli andamenti dell'ultimo biennio, in cui a crescere sono soprattutto gli occupati anziani e il lavoro a tempo parziale, non riescono tuttavia a invertire la preoccupante ridefinizione della struttura e della qualità dell'occupazione che si è determinata con la crisi. Il dato più eclatante è il formarsi e consolidarsi di un drammatico dualismo generazionale. Il biennio di ripresa occupazionale non ha sostanzialmente inciso su questo quadro: nella media del 2016 a livello nazionale si registrano ancora oltre 1 milione e 900 mila giovani occupati in meno rispetto al 2008". Per quel che riguarda i settori, nel 2016, aumenta l'occupazione nell'industria (+2,4%), mentre diminuisce nelle costruzioni (-3,9%). Significativo incremento nel turismo (+2,6%). 

 "Il Mezzogiorno è uscito dalla 'lunga recessione', nel 2016 ha consolidato la ripresa, facendo registrare una performance ancora migliore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese, proprio come l'anno precedente, che avevamo giudicato per molti versi 'eccezionale'. Un risultato dunque per nulla scontato, che appare confermato dalle nostre previsioni per il biennio successivo (seppur con un lieve vantaggio a favore del Centro-Nord)". "I risultati raggiunti dal Sud nel biennio 2015-2016 sono certo il frutto di fattori che hanno, da una parte, origine nella profondità della crisi in quest'area, e dall'altra, da eventi per molti versi particolari e soggetti a fluttuazioni climatiche, geopolitiche e legate ai cicli della programmazione comunitaria, ma anche da una serie di strumenti messi in campo dal Governo, che negli ultimi mesi - grazie all'approvazione dei due 'decreti Mezzogiorno' - sembra ricondursi a una loro coerenza", si legge. 

Secondo valutazioni di preconsuntivo elaborate dalla Svimez, "nel 2016 il Pil (a prezzi concatenati) è aumentato nel Mezzogiorno dell'1%, un valore pressoché analogo a quello del 2015 (1,1%). L'incremento è stato superiore di 0,2 punti a quello rilevato nel resto del Paese (0,8%), mentre l'anno precedente il divario a favore del Mezzogiorno era stato doppio (0,4%)". E' quanto si legge nelle anticipazioni del rapporto Svimez sulle Regioni presentato oggi a Roma. Nel biennio di ripresa, il recupero del Mezzogiorno appare più veloce del resto del Paese, e la dinamica favorevole è ulteriormente amplificata dagli andamenti demografici, che tendono a contrarre la popolazione nel Mezzogiorno. In termini di prodotto pro capite la crescita nel 2016 è stata dell'1,3% nel Mezzogiorno, dello 0,9% nel resto del Paese. La distanza del Mezzogiorno, misurata in termini di quota di Pil pro capite rispetto al Centro-Nord, ha continuato a ridursi dopo il picco negativo del 2014 (55,6%): 56,1% rispetto al 56% dell'anno precedente.

"Il 2016, a differenza dell'anno precedente, si caratterizza per una forte divergenza di andamento tra le singole regioni del Sud (con performance positive che si concentrano soprattutto in Campania e Basilicata)". E' quanto si legge nelle anticipazioni del rapporto Svimez sulle Regioni presentato oggi a Roma. "La Campania è la regione italiana, e non solo meridionale, che ha registrato nel 2016 il più alto indice di sviluppo. La crescita del 2,4% del valore aggiunto giunge al termine di un triennio, dal 2014 al 2016, tutto all'insegna di dati positivi. In Campania un ruolo trainante l'ha svolto l'industria, grazie anche alla diffusione di contratti di sviluppo, ma ha potuto altresì beneficiare del rafforzamento del terziario nell'ultimo anno, frutto prevalentemente del positivo andamento del turismo", si legge nel rapporto.

La crescita del prodotto nel 2016 è stata sostenuta nel Mezzogiorno dall'aumento sia dei consumi che degli investimenti: entrambe le voci hanno mostrato, come nel 2015, un incremento positivo, dopo 7 anni di flessioni consecutive. E' quanto si legge nelle anticipazioni del rapporto Svimez sulle Regioni presentato oggi a Roma. I consumi finali interni sono aumentati al Sud dell'1%, quelli delle famiglie dell'1,2%, anche se nelle aree meridionali aumenta meno che nel Centro-Nord la spesa alimentare e quella per abitazioni. La crescita degli investimenti nel 2016 (pari al 2,9% nel Sud) è stata elevata sia nell'industria in senso stretto (+5,2%), dopo anni di flessioni, sia soprattutto nell'edilizia (+8,7%). L'andamento è stato, invece, negativo nell'agricoltura (-3%, dopo il +4,2% del 2015 che ha risentito dell'annata agraria eccezionale). Si conferma altresì la crescita dell'export, anche in un periodo di rallentamento del commercio internazionale.

Nel 2016 circa 10 meridionali su 100 sono in condizione di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro-Nord. L'incidenza della povertà assoluta al Sud nel 2016 cresce nelle periferie delle aree metropolitane e, in misura più contenuta, nei comuni con meno di 50mila abitanti. Nelle regioni meridionali il rischio di povertà è triplo rispetto al resto del Paese: Sicilia (39,9%), Campania (39,1%), Calabria (33,5%). La povertà deprime la ripresa dei consumi, e, in questo contesto, le politiche di austerità hanno determinato il deterioramento delle capacità del welfare pubblico a controbilanciare le crescenti diseguaglianze indotte dal mercato, in presenza di un welfare privato del tutto insufficiente al Sud. 

"L'estromissione dei giovani dal lavoro è diffusa a livello territoriale: la flessione dell'occupazione giovanile risulta un po' più accentuata nel Mezzogiorno mentre l'incremento per le classi da 35 anni in su è sensibilmente più accentuato nel Centro-Nord. Con riguardo alla posizione professionale, la riflessione più preoccupante riguarda il regime d'orario: gli occupati a tempo parziale 'esplodono' nella crisi e continuano ad aumentare più marcatamente nella ripresa, complessivamente un milione in più rispetto al 2008, con andamenti sostanzialmente simili a livello territoriale". "L'aumento del part time non deriva dalla libera scelta individuale degli occupati di conciliazione dei tempi di vita, né tanto meno da una strategia di politica del lavoro orientata alla redistribuzione dell'orario. Esso è interamente ascrivibile al part time 'involontario', cioè all'accettazione di contratti a tempo parziale in carenza di posti lavoro a tempo pieno, che ha consentito ad una quota sempre maggiore di occupati di mantenere nella crisi e/o di trovare nella ripresa un'occupazione", si legge. 

Al Sud la povertà resta sui livelli più alti di sempre e il livello di disuguaglianza interno all'area deprime la ripresa dei consumi. Le politiche di austerità hanno determinato il deterioramento della capacità del welfare pubblico di controbilanciare le crescenti disuguaglianze indotte dal mercato, in presenza di un welfare privato del tutto insufficiente al Sud (si pensi alla minore diffusione del Terzo settore o, ad esempio, al ruolo irrisorio, rispetto al resto del Paese, che vi giocano le fondazioni di matrice bancaria nel finanziamento di iniziative sociali). La natura, la gravità e la persistenza della situazione sociale inducono a ritenere che solo un consistente e permanente aumento di capitale produttivo sia la risposta necessaria da dare per il superamento della condizione di difficoltà economica e sociale in cui ancora versa il Mezzogiorno e per assicurare ai cittadini un accettabile livello di reddito e di prestazioni sociali. Al tempo stesso, misure universalistiche di contrasto alla povertà, che abbiano una spiccata natura congiunturale anticiclica, sono altrettanto necessarie: il Rei (Reddito di inclusione) costituisce un primo passo in questa direzione, tuttavia insufficiente a coprire l'intera platea dei possibili beneficiari".

Terminata nel 2015 la fase di accelerazione della spesa pubblica legata alla chiusura della programmazione dei Fondi strutturali 2007-2013, per scongiurare la restituzione delle risorse comunitarie, nel 2016 c'è stata una severa contrazione della spesa pubblica in conto capitale. Nell'anno ha toccato nel Sud il punto più basso della sua serie storica, appena 13 miliardi, pari allo 0,8% del Pil. "La priorità per accelerare la ripresa dello sviluppo, tuttavia, è il rilancio degli investimenti pubblici, specialmente alla luce del rallentamento registrato dai Cpt nel 2016 (dopo il modesto incremento del 2015), primo anno di avvio della spesa del nuovo ciclo di Fondi strutturali e di lenta definizione del Masterplan - si legge -. L'andamento della spesa in conto capitale in questi anni appare situare il Mezzogiorno e l'Italia su un livello strutturalmente più basso rispetto ai livelli pre crisi: segno anche di una perdita, a ogni livello di governo, di capacità progettuale e realizzativa della macchina pubblica".

Il Sud non è più un'area giovane, né tanto meno il serbatoio di nascite del resto d'Italia: negli ultimi 15 anni, al netto degli stranieri, la popolazione meridionale è diminuita di 393mila unità, mentre è aumentata di 274mila nel Nord. Nel 2016 la popolazione del Sud è diminuita di 62mila unità, calo determinato da una flessione di oltre 96mila italiani e da una crescita di 34mila stranieri. Nel Centro Nord il calo di popolazione è stato meno intenso: -14mila unità. Negli ultimi 15 anni sono emigrati dal Sud 1,7 milioni di persone, a fronte di un milione di rientri, con una perdita netta di 716mila: nel 72,4% sono giovani entro i 34 anni, 198mila sono laureati. 

 

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