Giovedì 16 Novembre 2017 - 18:15

Totò Riina in coma dopo due interventi. Permesso di visita per moglie e figli

Il Capo dei Capi, ricoverato nel Reparto detenuti dell'ospedale di Parma in regime di 41 bis, sarebbe in fin di vita

Le condizioni di salute di Totò Riina nelle ultime ore si sono aggravate e il boss, da quanto si apprende da fonti del Dap, sarebbe in fin di vita. Il Capo dei Capi sarebbe stato sottoposto a due delicati interventi chirurgici e sarebbe in coma da due giorni. Riina, che ha compiuto oggi 87 anni, è ricoverato nel Reparto detenuti dell'ospedale di Parma in regime di 41 bis. 

Con parere positivo della Procura nazionale antimafia e dell'amministrazione penitenziaria, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha firmato il permesso per consentire alla moglie Ninetta Bagarella e ai figli del boss di visitarlo in ospedale. Su Facebook Salvo, terzogenito dei quattro figli, intanto lo saluta così: "Per me tu non sei Totò Riina, sei il mio papà. E in questo giorno per me triste ma importante ti auguro buon compleanno papà. Ti voglio bene, tuo Salvo".

Riina è in carcere dal 1993, dopo l'arresto avvenuto a Palermo in seguito ad una latitanza di 23 anni. Sta scontando 26 condanne all'ergastolo per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del '92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del '93 a Firenze, Roma e Milano. Fu proprio lui a decidere di inaugurare la stagione delle bombe e degli attacchi allo Stato. Il super boss non ha mai lasciato le redini di Cosa Nostra. Tre anni fa, in carcere a Opera, continuava a minacciare di morte i magistrati e prendeva di mira il pm Nino Di Matteo, che stava indagando sulla trattativa Stato mafia.

Il dibattito sulle condizioni di salute del boss e sull'ipotesi della scarcerazione era stato avviato mesi fa ma, dopo le aperture della Cassazione, il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva rigettato la richiesta di differimento pena che era stata avanzata dagli avvocati. 

La richiesta era stata accolta dalla Suprema corte con questa motivazione: si deve affermare il "diritto" di ogni detenuto a "morire dignitosamente". 

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