Martedì 17 Aprile 2018 - 12:00

Vallanzasca chiede libertà condizionale. Il carcere di Bollate: "È molto cambiato"

La richiesta del bandito della mala milanese, condannato a 4 ergastoli. L'equipe di osservazione e trattamento del penitenziario: "Concedetegliela"

Renato Vallanzasca si reca a lavoro presso la Neco srl di via Roma 1

Renato Vallanzasca, attualmente in carcere a Bollate, ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza di Milano di poter ottenere "la liberazione condizionale e la semilibertà". Il 'bel René, il bandito della 'ligera', la mala milanese condannato a 4 ergastoli e 296 anni di carcere, negli anni ha maturato un "cambiamento profondo", "intellettuale ed emotivo", "non potrebbe progredire con altra detenzione" e dunque si ritiene che "possa essere ammesso alla liberazione condizionale", terminando così di scontare la sua pena fuori dal carcere in regime di libertà vigilata. Lo scrive l'equipe di osservazione e trattamento del carcere di Bollate in una relazione depositatai dalla difesa al Tribunale di Sorveglianza che deve decidere se concedere o meno la misura a Vallanzasca, difeso dall'avvocato Davide Steccanella.

Per Massimo Parisi, direttore dell'equipe del carcere di Bollate, Vallanzasca deve tornare a godere della semilibertà, anche tenendo conto del fatto che durante gli ultimi anni ha tenuto il più totale "anonimato" non rilasciando alcuna intervista. L'ex bandito "appare di un livello tale (tenuto conto della persona, della sua storia e del contesto) che non potrebbe progredire con altra detenzione, che potrebbe, di fatto, al contrario sollecitare una nuova chiusura dello stesso", si legge ancora nella relazione. Quello del 'bel René' è "un cambiamento profondo, non solo anagrafico, ma intellettuale ed emotivo, frutto di una sofferenza che, seppur non evidenziata, nei colloqui con gli operatori che da anni lo seguono, sa emergere in modo autentico e non sovrastrutturata".

Il 'bel René' aveva già ottenuto la semilibertà, ma durante un permesso premio era stato sorpreso da un vigilante dell'Esselunga di viale Umbria a Milano mentre avrebbe tentato di rubare due paia di boxer, delle cesoie e del concime per le piante per un valore di circa 70 euro. Episodio che gli è valso una condanna a 10 mesi per tentata rapina impropria e soprattutto il ritorno al regime carcerario.

Nell'agosto del 2017, poi, Vallanzasca è tornato a far parlare di sè. Questa volta per l'aggressione di un agente a Bollate, nell'area colloqui, in presenza di altri detenuti e familiari. La direzione del carcere ha avviato accertamenti per ricostruire i fatti, un "alterco" più che vivace tra l'ex bandito della 'ligera', la mala milanese, e il poliziotto penitenziario. L'Osapp, sindacato degli agenti, aveva detto che il Bel René aveva "scagliato" una borsa piena sulla gamba del poliziotto penitenziario, che "per il trauma ha dovuto lasciare il servizio", mentre tra i presenti ci sono stati "attimi di tensione". E il segretario dell'Osapp, Leo Beneduci aveva colto l'occasione per segnalare "i limiti" di determinati "modelli 'custodiali'" troppo "permissivi". Il difensore di Vallanzasca, l'avvocato Davide Steccanella, ora ha chiesto ai giudici di acquisire "copia del rapporto disciplinare" stilato dal carcere di Bollate su quell'episodio che inquadrerebbe in maniera del tutto diversa l'operato dell'agente. I giudici si sono riservati di decidere neo prossimi giorni se concedere o meno a Vallanzasca la misura alternativa al carcere.

"Confido che il Tribunale accolga un'instanza che, alla luce di quanto scrive il carcere di Bollate, appare del tutto legittima dopo mezzo secolo di carcere", ha detto l'avvocato Steccanella al termine dell'udienza. La lite dell'agosto scorso tra Vallanzasca e un agente carcerario di Bollate è comunque ben lontana dalle sommosse di cui il 'bel René' è stato protagonista negli anni '70-'80 e per le quali venne trasferito da un istituto all'altro. Nato nel 1950, due mogli, un'infinità di storie sentimentali vere o presunte, 4 ergastoli e 296 anni di reclusione, è diventato un personaggio per la sua 'carriera' criminale, l'amore per la bella vita e le belle donne. Ha 18 anni quando entra nel giro dei malavitosi del quartiere Comasina. A 22 il primo arresto per una rapina in un supermercato: condannato a 10 anni, fugge corrompendo un agente. Nel 1976 il salto di qualità, la lotta col clan di Turatello. Poi il sequestro di Emanuela Trapani, figlia di un imprenditore, e dell'imprenditore del legno Rino Balconi. Latitante, a ottobre uccide a un casello l'agente della polstrada Bruno Lucchesi. Pochi giorni dopo ammazza un medico, Umberto Premoli, pare per rubargli l'auto e continuare la fuga. Il 6 febbraio 1977 in una sparatoria a Dalmine vicino Bergamo, uccide due agenti della stradale: ferito ad una gamba viene arrestato nove giorni dopo. Nell'aprile 1980 tenta di evadere da San Vittore, poco tempo dopo partecipa alla rivolta nel carcere di Novara e uccide il detenuto Massimo Loi, facendone trovare la testa in una cella. Nel 1984 nuova mancata fuga da Spoleto. Ci riesce tre anni dopo a Genova con un'evasione rocambolesca dall'oblo' della nave con cui stava per essere trasferito all'Asinara. La fuga dura alcune settimane. Ne tenterà un'altra nel 1995 da Novara. A partire dal 2010 più volte, non senza polemiche, ottiene l'ammissione al lavoro esterno, per poi rientrare in carcere nel 2014 dopo il tentativo di furto al supermercato. 

Gli operatori del carcere di Bollate "prendono atto che dopo la revoca" della semilibertà per una condanna per una rapina impropria messa a segno all'Esselunga di viale Umbria nel 2014, "potrebbe sembrare un'anomalia" ipotizzare di concedere a Vallanzasca la liberazione condizionale, che consentirebbe all'ex bandito di scontare la pena fuori dal carcere e di non rientrare nemmeno a dormire in cella. Anche alla luce "del principio dell'individualizzazione del trattamento, non si riesce a cogliere", però, secondo gli operatori Bollate, "la percorribilità o sostenibilità di un percorso graduale (esempio permessi, lavoro all'esterno, semilibertà) che, tenuto conto dei tempi e dell'età del soggetto, rischia, di fatto di essere irrealizzabile". Secondo il carcere, dunque, ci sono "le condizioni di sostenere un ulteriore sviluppo del percorso del soggetto, ravvisando anche un adeguato livello di ravvedimento, tenuto conto del percorso di mediazione penale, vista la rete esterna (lavoro, volontariato, affetti)" e si ritiene "che il soggetto possa essere ammesso alla liberazione condizionale (o in subordine alla semilibertà)". Adesso a decidere saranno i giudici della Sorveglianza.

 

 

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