Le preoccupazioni dell'imprenditore del barolo e quelle del Consorzio della bufala. Ora si guarda all'Asia

I dazi di Donald Trump toccheranno anche il made in Italy? I rischi ci sono e – in attesa dell’annuncio del presidente Usa – si animano le preoccupazioni, per esempio, di un imprenditore del vino come Bruno Ceretto (la sua è una cantina storica del barolo del nostro Paese, produttore da tre generazioni nelle langhe) e del Consorzio di tutela della mozzarella di bufala campana Dop. Entrambe vedono però dall’altra parte del mondo una possibile soluzione alle tariffe doganali degli Stati Uniti.

“Io non credo che Trump metterà dazi oltre il 15% – osserva Ceretto – ma certo i dazi sono un problema, le tasse non portano bene: nel settore del vino siamo in una situazione difficile, che non è solida, perché c’è anche una difficoltà nei mercati asiatici”. 

“Io ho 88 anni – racconta ancora Ceretto – e sono 70 anni che giro per i mercati mondiali dal mattino alla sera, e mercati nuovi da scoprire non è che ce ne siano. Quelli che contano sono il mercato americano, il migliore per il vino italiano, e l’Europa. Dovremo quindi correre di più nei mercati che già ci sono, cercando nuova clientela; c’è da sperare nel recupero dell’Asia, della Cina e del Giappone, che l’anno scorso hanno avuto difficoltà”. Per l’azienda Ceretto gli Stati Uniti rappresentano il 20% del fatturato. “A questo punto – dice Cerettorecupereremo qualcosa di più in Europa e correremo di più in Asia. Spariranno molti utili, ma dobbiamo fare i conti con la scelta di Trump“.

L’immagine della ‘graticola’ (con tanti prodotti messi quasi a rosolare, verrebbe da dire) viene usata dal presidente del Consorzio di tutela della mozzarella di bufala campana Dop Domenico Raimondo: “La preoccupazione c’è, non si può nascondere. Siamo sulla graticola, anche se speriamo di riuscire a essere ancora esclusi dalla lista dei prodotti colpiti, come ai tempi dei dazi della prima amministrazione Trump. Se ci saremo perderemo delle fette di mercato: possiamo parlare chiaramente di una batosta, dato che il 20% del nostro export è negli Stati Uniti. Siamo fortunati che la bufala campana non è ‘sostituibile’, dato che non esiste sul territorio Usa”.

“La nostra politica è di aprire sempre di più nuovi mercati – rileva Raimondo – stiamo puntando soprattutto su Asia e Medio Oriente, in particolare l’area dei Paesi del Golfo, dove iniziamo a ottenere dei buoni risultati. Chiaramente non sono cifre che ci possano permettere di sostituire subito un mercato come gli Stati Uniti. L’obiettivo strategico è comunque diversificare”. Inoltre – avverte Raimondo – “il rischio è anche di ricadute occupazionali, basti pensare che come filiera valiamo quasi il 15% del Pil della Campania”.

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